Lo sforzo mentale per immaginare come le Langhe ed il Monferrato fossero qualche tempo fa altrettante isole dell'Adriatico è abbondantemente ripagato dalle inimitabili vinicole conseguenze che la geologia delle due collinose zone del Piemonte ha determinato.
Ma, attenzione, siamo in terra di Barolo: non è possibile barare su nulla; mai come in soli 1300 ettari di vigneti qui par1are di terrori significa saper comprendere sfumature che a distanza anche di pochi metri generano differenze qualitative degne della Borgogna più blasonata. Ad ovest, innanzitutto, la marna calcarea è più compatta, condensatasi nel periodo dell'era miocenica del Tortoniano: naturale quindi pensare a dei vini più morbidi e fruttati, e i comuni relativi sono Barolo, Novello e sopratutto La Marra. Nel cosiddetto Elveziano, invece, si costituì una maggiore proporzione di arenaria coperta poi da un velo di terra rossiccia: da qui il tannino più intenso ma anche più strutturato dei vini di Castiglione e Serrralunga. Se poi aggiungiamo le infinitesimali variazioni di microelementi, come il manganese e magnesio. le esposizioni e il microclima. Si comprende quanto personale e variabile possa essere il concetto di Barolo, anche se più di un secolo è stato necessario per comprendernee la splendida biodiversità, da rispettare anche nell'imbottigliamento. Ma ciò non ha impedito di intravedere, tra gli splendidi patchwork naturali disegnati dalle colture di Nebbiolo in queste terre, alcune zone d'eccellenza, cioè dei Crus, la cui "sceltissima vocazione" fu descritta già nel '800 e i cui nomi echeggiano altisonanti ed evocatvi in tutto il mondo enologico: Cerequio, Brunate, Cannubi.
Ed il nome di chi le riunisce, domandole con passione, pazienza ed orgoglio è Michele Chiarlo. |
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Figlio d'arte (il padre vinse a 87 anni il prestigioso premio Cangrande - Vinitaly '85), Michele Chiarlo è uno dei pionieri della cultura del Barolo e della Barbera, un insostituibile traino nell'evoluzione tecnica e mentale enologica italiana, nonché, secondo Wine Spectator, titolare di una delle massime aziende italiane riconosciute all'estero. Iniziò enologo nel '55, immerso in piena enopreistoria, qual era la situazione italiana post bellica [...]. E la prima innovazione importata dalla Borgogna fu la regolazione della fermentazione malolattica per la Barbera. La nota trasformazione nel vino di prima fermentazione da acido malico (responsabile dei sentori di mela acerba) in acido lattico parte da un'acidità non elevata (ph 3,2 ca) ed una temperatura superiore ai 20-25 gradi. Dalla regolazione di quest'ultima con cantine controllate termicamente è possibile migliorare sia l'aromaticità, sia, indirettamente, la longevità dei prodotti. Oggi l'azienda Chiarloo, che, partita dai 25 ettari iniziali ha acquisoto terreni solo di massima vocazione (perchè "più che il vignaiolo, è il vigneto"), è una vera famiglia unita nell'amore per la qualità, dai poderi alle cantine: i 110 ettari in Calamandrana, Barolo e Gavi (di cui circa metà propri) sono gestiti con il figlio Stefano, attraverso ogni mezzo atto all'eccellenza qualitativa e nella assoluta ecocompatibilità: quindi concimazioni e potature ridotte (i grandi vini vengono "dalla fame"), lotta guidata ai parassiti, zero diserbanti ed antimuffa, Chiarlo, pioniere insieme a Gaja dell'oggi diffusa tecnica della diradazione con bassa produzione per ceppo, ne ha personalizzato il sistema in base alle dimensioni prediligendo a volte il dirmezzamento di tutti i grappoli anzichè la riduzione di alcuni di essi. Dopo la pigiatura soffice e fermentazione termocontrollata il vino inizia la sua vita-preimbottigliamento coccolato in ambienti assolutamente isolati dal clima e dalla luce perchè mantenga inalterate a lungo le doti che il terroir gli ha donato e'fanno parte del suo pedigree.
L'etichetta
Cerequio degustato in Cerequio, fascino in purezza nel fascino di un antico luogo trasformato per la posterità: esattamente ciò che il Cerequio 2001, Nebbiolo al 100% tutto dall'antico cru Averame, può ispirare se paragonato, come è !lui successo, al suo antenato '97. Gran fluidità quasi granata da cui si sprigiona la nuance fruttata scura baroliana con una variante assolutamente inconfondibile: un balsamico di liquerizia (terreno meno calcareo?) qui insinuante, nel '97 invece permeante, ove l'intensità più sobria con tannini più appagati, cioè meno aggressivi ma non sedati; lunga vita si intuisce per questo personalissimo Barolo ante litteram di gran prestigio. Finezza confermata per il "cugino" '96 del vicino Cannubi, il primo cru d1talia in cui 1òrtoniano ed Elveziano sono sovrapposti più equilibratamente con arenaria al 45%; ancora grande balsamicità, ma qui la seta è palpabile con un finale mandorlato intensissimo. Sagace la scelta di stappare un Barolo classico dell'85, non per guasconesca dimostrazione di tenuta di un nettare di per sè affidabile alla lunga distanza, ma per paragonarne il gusto (splendido il dattero prevalente) ben invecchiato e soprattutto frutto di tecniche più tradizionali. Ma l'imprinting è identico. Etichette pittoriche del direttore arti stico Giancarlo Ferraris : acquerelli leggiadri appena realistici resi eterei da sapienti tocchi onirici sempre sereni nel tratto e nella cromìa. Lettering corretto ed equilibrato ove illogo Michele Chiarlo, a volte curvilineo, a volte no, campeggia atavico, centrato e rassicurante.


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